La Buona Ventura
(cm 99x131; olio su tela; 1594/1595; Parigi, Louvre)

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Contorni sottili ed essenziali, colori chiari
e di leggerissimo impasto, posa ferma contro fondi uniti e
caldi entro una luce diffusa, nei colori espressivi pittorici
e anche morali, contengono già quei postulati antiaulici,
antistorici, antimitici, che porteranno il Caravaggio a sconvolgere
i valori pittorici di tutta l'arte europea.
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In questo celebre quadro del Caravaggio, una zingarella
scaltra predice la buona sorte a un giovane spavaldo e,
mentre gli legge la mano, gli sfila con destrezza l'anello
da un dito. L'azione si svolge contro un fondale neutro
su cui si stagliano i due protagonisti, sapientemente disposti
su una sorta di immaginario proscenio a recitare, con gesti
e sguardi eloquenti, le tradizionali parti dell'ingenuo
presuntuoso e della furba ingannatrice. "La zingaretta",
scrive infatti Giulio Mancini, uno dei primi biografi del
Caravaggio, "mostra la sua furberia con un riso finto nel
levar l'anello al giovinotto, e questo la sua semplicità
e affetto di libidine verso la vaghezza della zingaretta
che le dà la ventura e le leva l'anello". Il genio "registico"
del Caravaggio, la sua capacità di creare una sottile atmosfera
psicologica senza magniloquenze retoriche, che diventerà
la cifra inconfondibile del suo stile, si dispiega su questa
tela ormai maturo e perfettamente consapevole dei suoi mezzi
espressivi. Si tratta infatti di uno dei primi quadri in
cui il pittore, raffigurando la realtà dal "naturale", inizia
ad applicare il suo rivoluzionario linguaggio artistico
ai moti dell'animo, come dimostra anche un'altra sua celebre
opera realizzata nello stesso periodo, I bari. La testimonianza
del Bellori ci informa che Caravaggio, polemico con chi
lo criticava per il suo stile naturale e per i soggetti
tratti troppo indecorosamente dalla vita quotidiana, "per
dare autorità alle sue parole, chiamò una zingara che passava
a caso per strada e condottala all'albergo la ritrasse in
atto di predire l'avvenire". Esistono 2 versioni di quest'opera:
la prima, affidata dal Caravaggio a Del Monte è oggi
conservata nei musei capitolini, qui si intravvede già quello
studio sulla luce e sul colore, che caratterizzerà poi lo
stile del pittore lombardo. Sebbene la tavolozza sia ancora
chiara e l'atmosfera giocosa, sullo sfondo si allunga già
una lama d'ombra e l'illuminazione sapiente fa emergere
con estrema chiarezza i volumi solidi e concreti dei personaggi.
A conferma dell'attribuzione del quadro, da qualcuno un
tempo posta in dubbio, sono poi giunti i risultati degli
esami radiografici che hanno evidenziato la sagoma di una
Madonna dipinta dal Cavalier d'Arpino al di sotto della
composizione del Caravaggio, il quale deve quindi aver utilizzato
una tela di recupero, presa ai tempi in cui lavorava nella
bottega del maestro. Caravaggio dipingerà negli stessi anni
anche un'altra versione del quadro, pressoché identica,
acquistata da Alessandro Vittrice ed oggi conservata al
Louvre. Il soggetto avrà poi un immediato successo, testimoniato
dalle numerose versioni realizzate dai pittori della cerchia
caravaggesca sia stranieri che italiani, come per esempio
La buona ventura di Detroit eseguita verso il 1620 da Bartolomeo
Manfredi, o La buona ventura conservata nella National Gallery
of Canada e dipinta da Simon Vouet all'incirca negli stessi
anni, o i Giocatori di carte con la buona ventura di Nicolas
Regnier, databile tra il 1622 e il 1625. La seconda versione,
conservata al Louvre, dipinta negli stessi anni ed acquistata
da Alessandro Vittrice, è pressochè identica
alla prima.
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