Martirio di San Matteo
(cm 323x343; olio su tela; Roma, San Luigi dei Francesi)
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Novità pittoriche:
- Le braccia dell'uomo a sinistra ed il corpo dell'uomo a
destra "aprono" la scena perché sono illuminate, offrendo
allo spettatore la visione della profondità dello spazio.
- La luce, illuminando il braccio dell'angelo, guida l'attenzione
verso il suo gesto: egli dà al santo la palma del martirio.
- La fuga del bimbo, a destra, è vissuta con partecipazione,
poiché egli è illuminato in modo accentuato.
L'opera ci ricorda la figurazione drammatica del Miracolo
dello Schiavo del Tintoretto,
dove i personaggi commentano sorpresi l'azione, mentre in
Caravaggio si accalcano sgomenti. Sia Tintoretto che Caravaggio
non si propongono di ricostruire un fatto storico, ma di darne
una rappresentazione emotivamente coinvolgente.
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Grazie ai buoni uffici del cardinal Del Monte, nel 1599 Caravaggio
viene incaricato di portare a termine la decorazione della
cappella Contarelli nella chiesa di San Luigi dei Francesi,
la sua prima, importante commissione pubblica. Al pittore
vengono commissionate due tele con episodi della vita di san
Matteo da collocare sulle pareti laterali della cappella,
acquistata oltre trent'anni anni prima dal cardinale Mathieu
Cointrel, gran datario di papa Gregorio XIII e più noto con
il nome italianizzato di Matteo Contarelli. Questi, morto
nel 1585, aveva lasciato precise disposizioni riguardo il
programma iconografico da seguire nella decorazione, disposizioni
rispettate quasi alla lettera da Caravaggio. Gli esami radiografici
hanno mostrato che l'artista non ha dipinto di getto le scene
sulla tela, anzi. Soprattutto nel caso del Martirio di san
Matteo, Caravaggio ha proceduto per tentativi successivi che
testimoniano la tormentata vicenda creativa del suo primo
capolavoro riconosciuto. In un primo tempo la scena, era stata
ambientata tra architetture all'antica, con la poderosa figura
di un soldato visto di spalle posto al centro della composizione,
fulcro e cerniera dell'azione come l'angelo nel Riposo nella
fuga in Egitto. Evidentemente insoddisfatto del risultato,
Michelangelo deve esser passato alla Vocazione di San Matteo,
per poi tornare a riprendere la scena del martirio modificandola
totalmente. Il santo è raffigurato al centro della composizione,
ai piedi di un altare, gettato a terra dalla furia del suo
carnefice, abbigliato all'antica. È il soldato mandato dal
re etiope Hirtacus, indispettito per il rifiuto dell'apostolo
di obbedire all'ordine di cessare la sua opera di conversione.
Attorno ai due si è già fatto il vuoto, un chierichetto fugge
atterrito urlando, mentre gli altri osservano sorpresi o contemplano
malinconicamente il sacrificio che si sta per compiere. Qui
l'artista dimostra la sua grande attenzione per la tradizione
- il nudo statuario del carnefice - e paga un tributo al genio
dell'altro grande Michelangelo, il Buonarroti, i cui celebrati
Ignudi sulla volta della cappella Sistina sono evidentemente
serviti da modello per i giovani seduti in basso a sinistra
e a destra, sul bordi della probatica piscina. Ma l'invenzione
più straordinaria di Caravaggio, quella che si ripeterà amplificata
nelle Sette opere di misericordia, è quel precipitare verso
il basso dell'angelo, in bilico sull'orlo di una nuvola, intento
a infilare nella mano aperta di Matteo la palma del martirio,
premio agognato di ogni imitatore di Cristo. È un brano di
pittura già compiutamente "barocco" e teatrale, che avrà una
vasta fortuna: tra gli stretti seguaci di Caravaggio un ignoto
pittore, forse Bartolomeo Manfredi, rimarrà affascinato soprattutto
dalla figura del soldato, su cui modellerà il Caino che uccide
Abele. Da gran regista, infine, Caravaggio sperimenta qui
per la prima volta una ambivalenza dei gesti e delle espressioni,
che cattura sulla tela il rovello interiore dei suoi personaggi.
Ogni gesto di ribellione o di umana sofferenza si trasforma,
infatti, nella cristiana accettazione delle prove a cui il
Signore sottopone i fedeli. Lo stesso gesto di Matteo che
alza un braccio, quasi a volersi difendere dalla furia del
suo carnefice, diventa quindi un mano tesa ad afferrare la
palma gloriosa del suo martirio. Sullo sfondo della composizione,
tra la folla che fugge terrorizzata, un volto è illuminato
da un fascio di luce: l'uomo con baffi e barba, che volge
con espressione malinconica lo sguardo verso la scena in primo
piano, assomiglia straordinariamente ai ritratti di Caravaggio
tramandati dai contemporanei, per esempio, quello di Ottavio
Leoni. C'è, ben chiaro, il ricordo del Miracolo dello schiavo
del Tintoretto, il quadro che mezzo secolo prima aveva creato
un modo nuovo e più intenso di figurazione drammatica. Il
Caravaggio, però, stringe ancora i tempi: là gli astanti commentavano
sorpresi e il santo arrivava volando dal cielo per risolvere
il dramma; qui gli astanti si accalcano sgomenti, il carnefice
colpisce il santo, ma l'istante della morte è anche quello
della gloria e la stessa mano protesa in un gesto di difesa
e d'orrore coglie la palma dalle mani dell'angelo.
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