Olimpiadi di filosofia 2018, quattro studenti alla fase regionale

Philolympia

Sono quattro gli studenti del liceo Galilei che lunedì 19 febbraio parteciperanno alle selezioni regionali delle olimpiadi di filosofia 2018.

Due di loro parteciperanno alla prova della sezione A (che prevede l'uso della lingua italiana): si tratta di Davide Colombo (5aA) e Sara Paratico (5aH). Due invece concorreranno nella sezione B, che richiede l'uso di una lingua straniera nell'elaborazione del saggio filosofico richiesto dalla commissione esaminatrice: sono Julia Savini (5aD) e Alberto Gherardi (4aG).

Nella prova della fase regionale, la commissione esaminatrice assegna quattro tracce di diverso argomento (gnoseologico, teoretico, politico, etico, estetico, ...) che partono da brani di filosofi. Gli studenti dovranno scrivere un saggio che dia spazio a questi aspetti: problematizzazione, argomentazione, contestualizzazione, attualizzazione.

Le tracce proposte durante la fase d'istituto contenevano i seguenti brani:

Quanto più si complica l'apparato tecnico, quanto più fitto si fa l'intreccio dei sottoapparati, quanto più si ingigantiscono i suoi effetti, tanto più si riduce la nostra capacità di percezione in ordine ai processi, ai risultati, agli esiti, per non dire degli scopi di cui siamo parti e condizioni. E siccome di fronte a ciò che non si riesce né a percepire né a immaginare il nostro sentimento diventa incapace di reagire, al "nichilismo attivo" della tecnica iscritto nel suo "fare senza scopo" si affianca il "nichilismo passivo", denunciato da Nietzsche, che ci lascia "freddi", perché il nostro sentimento di reazione si arresta alla soglia di una certa grandezza. E così da "analfabeti emotivi" assistiamo all'irrazionalità che scaturisce dalla perfetta razionalità (strumentale) dell'organizzazione tecnica che cresce su se stessa al di fuori di qualsiasi orizzonte di senso.

L'esperimento nazista, non per la sua crudeltà, ma proprio per l'irrazionalità che scaturisce dalla perfetta razionalità di un'organizzazione, per la quale "sterminare" aveva il semplice signifi cato di "lavorare", può essere assunto come quell'evento che se gna l'atto di nascita dell'età della tecnica. Non si trattò allora, come oggi potrebbe apparire, di un evento erratico o atipico per la nostra epoca e per il nostro modo di sentire, ma di un evento paradigmatico, in grado ancora oggi di segnalare che se non saremo in grado di portarci all'altezza dell'operare tecnico generalizzato a dimensione globale e senza lacune, ciascuno di noi resterà irretito in quella irresponsabilità individuale che consentirà al totalitarismo della tecnica di procedere indisturbato, senza neppure più il bisogno di appoggiarsi a tramontate ideologie.

(...) Nata sotto il segno dell'anticipazione, di cui Prometeo, "colui che pensa in anticipo", è il simbolo, la tecnica finisce in questo modo col sottrarre all'uomo ogni possibilità anticipatrice, e con essa quella responsabilità e padronanza che deriva dalla capacità di prevedere. In questa incapacità, divenuta ormai inadeguatezza psichica, si nasconde per l'uomo il massimo pericolo, così come nell'ampliamento della sua capacità di comprensione la sua flebile speranza.

(Umberto Galimberti, Psiche e techne. L’uomo nell’età della tecnica, Feltrinelli 1999, pp. 47-48)

 

“Lo Stato è servitore del bene comune e quand’esso invece lo opprime l’ubbidienza alle sue leggi ingiuste diventa una colpa e la ribellione un dovere. Ma, per non cadere in un’altra colpa, ossia per non travolgere la legalità – insostituibile tutela civile e democratica dell’individuo – con una legittimità che, proprio perché vaga e giuridicamente infondata, non sarebbe altro che un’ideologia potenzialmente totalitaria, c’è un’unica strada: battersi per creare una legalità più giusta, senza limitarsi a contrapporre le “voci del cuore” alle norme positive, ma facendo diventare norme, nuove norme più giuste, quelle voci del cuore, trasformandole e sottoponendole alla verifica della coerenza logica e delle ripercussioni sociali; verifica propria ad ogni norma ed alla sua creazione”.

(Claudio Magris, "Chi scrive le non scritte leggi degli dei?" in Utopia e disincanto, Garzanti 1999)

 

“L’animo allor placato non guarda a ciò che è stato né a quello che sarà. Solo il presente è la nostra felicità”

(J.W.Goethe, Faust, trad.it. Einaudi, Torino 1965, atto III, vv. 9381-9382, p.263).

 

“Tra il passato e il presente c’è ben altro che una semplice differenza di grado. Il mio presente è ciò che mi interessa, ciò che vive per me, e, in breve, ciò che mi provoca all’azione, mentre il mio passato è essenzialmente impotente. [...] Cos’è per me il momento presente? La caratteristica del tempo è di scorrere; il tempo già trascorso è il passato e chiamiamo presente l’istante in cui scorre”.

(Henri Bergson, Materia e memoria. Saggio sulla relazione tra il corpo e lo spirito, a cura di A.Pessina, Laterza ed ., 2010)

 

«Per quanto Platone abbia strettamente legato l'idea del bello con quella del bene, egli ha in mente anche una differenza tra di esse. [...] Il bello si distingue dunque dal bene, che è assolutamente inafferrabile, in quanto è più suscettibile di essere colto. Fa parte della sua essenza il fatto di essere qualcosa che appare. Nella ricerca del bene, ciò che si mostra è il bello. Questo è anzitutto un carattere con cui si presenta all'anima umana. Ciò che si mostra in forma perfetta attira a sé l'amore. Il bello ci conquista immediatamente, mentre le immagini esemplari delle virtù umane si lasciano riconoscere solo oscuramente nel mezzo opaco dei fenomeni, poiché esse, per così dire, non possiedono una luce propria, al punto che noi spesso ci lasciamo ingannare da imitazioni impure e da semplici apparenze di virtù. Diversamente accade per il bello. Esso ha una sua peculiare chiarezza, di modo che qui non possiamo essere sedotti da cattive imitazioni di esso. Giacché “solo la bellezza sortì questo privilegio di essere la più percepibile dai sensi e di tutte la più amabile”. In questa funzione anagogica del bello, che Platone ha fissato in maniera indimenticabile, si rende manifesto un aspetto strutturale ontologico del bello e quindi una universale struttura dell'essere stesso. [...] La “presenza” appartiene in modo convincente all'essere del bello come tale. La bellezza può anche essere percepita come il risplendere di qualcosa di ultraterreno, tuttavia è presente nel visibile. Che essa sia realmente qualcosa d'altro, un essere di un altro ordine, si vede dal modo del suo manifestarsi. Improvvisamente essa appare, e in modo altrettanto improvviso, e senza passaggi intermedi, immediatamente, anche scompare».

(Hans-Georg Gadamer, Verità e metodo, Bompiani, Milano 2001, p. 302)

 

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